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L'estate a Marina, cinquant'anni fa

a cura di Gianni Mazzotti

Marina cinquant'anni faAvrò avuto quattro anni e mio fratello dieci, quando andammo a Marina, con nostra madre, per la prima volta.
Sembra che io avessi problemi di bronchite, mio fratello era gracile e il medico aveva suggerito sole e mare.
Eravamo in affitto da una certa Egle, un'amica di nostra madre, che aveva la bottega degli alimentari e vendeva anche le palline di terracotta.
Suo marito aveva il cinema all'aperto e noi entravamo sempre gratis. Andare al cinema mi eccitava, ma non so se era per il cinema o per il gratis.
Mio padre ci veniva a trovare ogni tanto e noi stemmo lì tutto il mese. Fu un'estate bellissima. Qualche anno dopo, ma intanto avevamo cambiato casa ed abitavamo più vicini, cominciammo, come molti, ad andare su e giù in bicicletta. La strada andava lungo il Candiano, c'era una casa cantoniera rossa, l'osteria di "Ucileti" una fontana all'altezza della "Fabbrica Vecchia" e una fila di tigli e di pini. In bicicletta eravamo una fiumana. Allora non c'erano ombrelloni e la spiaggia era tappezzata di tende che bisognava girare ogni tanto, per mantenere l'ombra.
Montarle al mattino era un traffico, occorreva piantare un palo con la vanga, agganciare in alto il telo della tenda, piantare I picchetti con il martello e legare bene I tiranti. Più che di tende, la spiaggia era una ragnatela di picchetti e di tiranti che andavano da ogni parte. A noi bambini, ma a volte anche ai grandi, correndo, capitava di inciampare in un tirante o in un picchetto e la tenda in questione si spiantava e allora colavano "Dei nomi".
A ridosso delle dune, dietro la spiaggia, si allineava la fila continua dei capanni in legno, che ognuno si montava all'inizio della stagione e poi smontava alla fine. Allora avere un capanno era indispensabile; serviva per la tenda, per gli attrezzi per piantarla, per le sdraio da spiaggia e per cambiarsi.
C'era dentro anche qualche sedia pieghevole, un tavolino per mangiare e ci si mettevano le biciclette, per non farsele portare via, cosa anche allora piuttosto frequente. Sul pavimento, una botola copriva una buca nella sabbia, per tenere in fresco il bere e il mangiare.
I capanni più grandi, oltre al resto, avevano anche il letto, ufficialmente per il pisolino pomeridiano, ma risulta fosse usato molto per altro.
Noi non avevamo un capanno nostro, ma usavamo quello di un certo Zwanì, nostro parente, che non aveva figli ed era sempre allegro. Il Candiano, largo un terzo di adesso, aveva due moli con le scalette fino all'acqua e un sedile in sasso che arrivava fino in fondo. Dominava il mare perchè le foranee non le avevano ancora costruite.
Il molo, dalla parte di Marina, era la palizzata, lungo "mito" fra noi giovani per fare I tuffi e per corteggiare le ragazze.La spiaggia cominciava vicino al faro, dove adesso ci sono I capannoni dei circoli le tende e I capanni finivano all'altezza delle vecchie ville. Più oltre, solo la spiaggia deserta e grandi dune selvagge. La litoranea arrivava alla "Colonia" e dopo, fino a Punta Marina, continuava una strada polveroso, fra le "mote".
Punta Marina era una borgata modesta e ci si andava da Ravenna. Non aveva il molo, offriva poco e le camere in affitto costavano meno.
Al posto di Lido Adriano ricordo delle risaie e qualche pino e, dove c'è marina Romea, c'era una bella pineta con le dune, ma era difficile arrivarci perchè non c'era la strada diretta.Noi studenti andavamo a Marina e per essere alla moda, come vedevamo nei film francesi, ci facevamo cucire I costumi dalle nostre madri. Quelli in vendita erano ancora "mutande".
La palizzata fu il luogo delle nostre estati per tutti gli anni '50 e lì, fra tuffi, amori e scherzi d'acqua, ci facemmo grandi. Agli inizi degli anni '60 cambiò tutto.



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